Feeds:
Articoli
Commenti

Umanizzare la vita

Alcune considerazioni “galilee” riguardo alle accuse dell’arcivescovo di Denver Chaput al Vicepresidente degli Usa “vice di Obama, falso cattolico, un vero abortista”.

Una tema questo ancora ‘caldo’ e problematico, anche perché tocca direttamente i temi di natura bioetica che stanno tornando alla ribalta dell’attenzione pubblica sia riguardo l'” inizio vita ” ( vedi documento Civati), che “fine vita“.

L’arcivescovo accusa Biden di mancanza di logica: “La chiesa è contro l’aborto”, tuona. La grevità riduzionistica di una simile posizione, indelicata e reificante (“la donna è un oggetto, il lascito patrimoniale del Signore: noi ne siamo i legatari”) reca secco un altro pericolo. Sotto il manto emotivo di una indignazione scomposta (“abortisti! Drogati! Malviventi!”) si chiamano a raccolta “argomenti” complessi, niente affatto scontati e che, artatamente, non vengono più dibattuti.

Proviamo ad andare in ordine, per temi. Prima però vogliamo ribadire che invitiamo i lettori del Blog ad esprimere liberamente i propri pareri, senza timore. Posizioni diverse non possono che arricchire il punto di vista dell’altro. La logica dibattimentale non esclude la polemica: la quale, se sana, è confronto appassionato, talvolta acceso, sulle idee. E’ la personalizzazione offesa ed offensiva a costituire indebito salto logico: non solo rischia di ferire gratuitamente l’altro, ma mortifica quella dialettica dibattimentale tesa a forgiare e a “far scintillare” idee come utensili sull’incudine nelle fornaci dei mastri fabbri ferrai. Si discutono, giammai si giudicano, posizioni, atteggiamenti: non gli autori dei medesimi. Non si abbia dunque paura ad esporsi qui: la persona che si sforza di “intellìgere”, aldilà di temporanee frizioni dibattimentali e alla Luce perpetua della Parola, saprà sempre valorizzare quanto verrà proposto. Se Geppetto Johns e Marcuccio Smitherson, due improbabili nomi a caso, sostengono sciocchezze, non significa affatto siano sciocchi. La parola yiddish per “sciocco” è “chochem”, derivante dall’ebraico “chachem”, che invece è il “saggio”. Un ribaltamento di prospettiva impercettibile che, con ironia, sconvolge continuamente il mondo, il nostro, ridimensionandone cose e situazioni: le quali, così, ci vengono restituite non a misura d’uomo, ma a misura di Dio. Non private il prossimo del vostro tesoro, dunque. Tutto è Grazia perchè la Grazia abita in noi. Saulo di Tarso, zelante fariseo, era spia, delatore e persecutore. Secondo lo spirito del mondo, allora come oggi e nella migliore delle ipotesi, un avanzo di galera. Se Cristo vi scorse del buono, fino a trasformarlo in Paolo, qualcosa vorrà pur dire: “distinguere tra l’errore e l’errante”, ricorda Giovanni XXIII. Ma qui non esistono errori: esistono ragioni del cuore che cercano altre ragioni nella comunione fra noi. Il confronto sia la nostra Pasqua -che è anche sofferenza. Ma alla fine, è sempre gioia- e non la nostra morte, come invece avviene nei talk-shows: dove tutto succede, tranne che il confronto (mancano infatti idee, posizioni, disponibilità all’ascolto e tutto si riduce ad insulto. Che è personalizzazione -sempre- indebita, in quanto gratuita). Don Milani, a Barbiana, scacciava spesso in malo modo quanti salivano sul monte Giovi a trovarlo. Ma erano tutte persone che andavano a “curiosare”, senza “portare niente” ai suoi ragazzi e soprattutto, senza lasciarsi mettere in discussione da questi, privandoli anzi del tempo che il priore utilizzava come un forsennato per evangelizzarli secondo la carità della verità: l’educazione.

  • profilo biologico > scrive l’Arcivescovo: “a dire il vero, però, la moderna biologia sa esattamente quando la vita umana ha inizio: al momento del concepimento”. Esempio concretissimo di pura retorica, vuota tra l’altro. Al riguardo, infatti, esiste un problema: anzi, una congerie, cui è opportuno accennare appena. “La moderna biologia” (chissà cosa intende la sua eccellenza?) attesta semplicemente che l’embrione è riconoscibile come tale a partire da 10 giorni dalla fecondazione, quando l’ectoderma si divide per formare il sacco amniotico. In quel periodo ectoderma, mesoderma, endoderma – i tre foglietti embrionali – sono presenti e, in genere, possono essere distinti. Solo allora inizia a svilupparsi la stria primitiva, che poi diventa tubo neurale. Tuttavia, il processo organogenetico si completa dopo dodici settimane gestatorie (70 giorni dopo il concepimento), tranne che per il SNC che continua a svilupparsi durante tutta la gravidanza. Che cosa viene concepito, dunque, prima dei primissimi 10 gg. e prima dei 70 e cosa si intende? E’ una domanda aperta, problematica. N. M. Ford – cattolico- risponde che “abbiamo vita solo a partire dal 14 giorno”. Per altri, biologi e bioetici, solo durante i 70 gg.: chi prima (16° giorno, propedeutico alla formazione di quel che sarà il cuore) e chi dopo (21° giorno, si formano i gr fetali).
  • profilo teologico-filosofico > stante le parole di “sua eccellenza” di Denver, si dovrebbe ordunque sostenere che W. J. Levada, prefetto della “Congregazione per la Dottrina della Fede”, dovrebbe condannare Tommaso D’Aquino per manifesto “biologismo riduzionista”. Attento osservatore di fenomeni naturali, che legge con gli strumenti di allora e la lente di Aristotele, l’Aquinate afferma con molta serenità come il feto acquisti prima l’anima vegetativa; poi l’anima sensitiva, che assorbe ed integra la prima e solo dopo, in un corpo già formato, Dio dispone la creazione dell’anima razionale (Summa Theologiae, I,90). L’embrione ha solo l’anima sensitiva (Summa Theologiae, I,76,2 e I,118,2). Nella Summa contra Gentiles (II,89) si dice che vi è una gradazione nella generazione “a causa delle forme intermedie di cui viene dotato il feto dall’inizio sino alla sua forma finale”. E cioè, 40 giorni per gli uomini e 80 per le donne (ma questa è un’aggiunta del medico rinascimentale Gian Battista Codronchi, 1589). Coerente con tali osservazioni e a differenza di Agostino, Tommaso esclude decisamente dalla Resurrezione dell’ultimo giorno feti ed embrioni. Per lui, infatti, non sono persona.
  • profilo politico > “il falso diritto all’aborto non può essere scusato da nessun serio cattolico”, pontifica sua eccellenza. Non si vuole entrare nel merito -vi furono motivazioni umanitarie; altre meno-, ma prima del 1869 l’aborto per la chiesa cattolica di rito romano era considerato “peccato minore”, di nullo interesse dottrinario. Pio IX, comunque, nel dichiarare “l’aborto sempre un omicidio, sempre”, resta molto vago. Se è “serio” porre uno spartiacque tanto circostanziato e puntuale per un tema del genere (dibattuto con vigore scientifico e filosofico in ogni tempo), quasi si trattasse di un aggiornamento del Sillabo va lasciato alla coscienza e alla intelligenza di fedeli e non. Sicuramente, è una norma con valore prescrittivo che non c’entra nè con la fede nè con la biologia: ma con una presa di posizione politica (si tenga presente di cosa intercorre in quegli anni nei rapporti fra stato e chiesa, dal dogma dell’infallibilità papale al divieto assoluto per i cattolici di occuparsi di politica-laica). Ecco, è brutto quando un vescovo ignora la storia della propria chiesa. Ma è pure irritante quando ne spaccia una versione risibile, alla bell’e meglio, accusando la gente ebbro d’inano moralismo, come un ubriaco col dito puntato verso il nulla.

In – conclusioni
E infine alcune parole non conclusive, appunto in-conclusive: serie questa a noi assai cara. Un atteggiamento religioso consta di credenze, comportamenti, atti rituali e culturali attraverso cui l’uomo esprime e definisce il suo rapporto viscerale con la vita, sacralizzandola. Pertanto, è difficile vedere separate opinioni religiose da “materia di diritti umani”. A maggior ragione, se si parlano di “concepimento” o di “morte” che, appunto, non sono solo concetti universali ma realtà di cui siamo intessuti, si ha diritto a comprendere di cosa si tratta e di cosa stiamo parlando. Atteggiamento faticoso: ovviamente. Tuttavia ineludibile, se vogliamo onorare quello che siamo: ci siamo dentro. Dio, infatti, ci ha creati in corpo biologico e in esso ci ha dato la ragione: utilizzarla per contemplare a fondo – non per snaturare a piacimento – i misteri della nostra realtà psicobiologica non solo non può creare scandalo, ma anzi, diventa a questo punto un dovere. Il 16° giorno, rispetto al 21°, ma anche tutti gli altri, non sono affatto “cavilli”, sono tappe meravigliose lungo il cammino della creazione, ognuna irripetibile e letteralmente “infinita” – cioè, foriera di inesauribili possibilità – e, proprio per questo, infinitamente legata all’altra. Svilirle, parlando genericamente di “vita”, significa buttare via proprio la vita. Proprio perchè non siamo al mondo come una lucertola o una pianta ci sono uomini e donne che, al riguardo con diversità di approccio (spesso drammatica), tentano di capire cosa faccia la differenza tra l’arcivescovo in questione e i porcellini d’India, peraltro amatissimi. Chiudersi a questo percorso di osservazione, minuzioso ed inesauribile come minuziosa ed inesauribile è la vita con tutte le sue varianti e possibilità, è pericoloso. “E’ dall’inizio che si parte, non da metà o da un terzo”. Ma dall’inizio parte tutto: Dio, infatti, crea tutto, un sasso, una lucertola, un’ameba, una galassia come anche l’arcivescovo di Denver e porcellini d’India. Tutto è creazione e tutto ha inizio. E’ proprio il processo, il cammino di queste realtà, l’esplicazione particolarissima dell‘irripetibile progetto di ognuna di esse, complesso nel caso dell’uomo e meno in quello del porcellino, a fare la differenza, rendendole differenti.

Con l’embrione inizia la vita? Ovvio, ma come “vita” vanno inclusi pure per gli eumetazoi, non solo i mammiferi placentati. Dopodichè, però, è bene capire cosa ci divide dagli eumetazoi. Altrimenti, si ottiene proprio quello che si vorrebbe evitare con una difesa indistinta e a spada tratta della “vita” (tutti difendiamo la vita): tutto e il suo contrario.

Ad ogni modo, con la replica alle asserzioni dell’arcivescovo di Denver si vuole solo sottolineare come i termini della questione (embrione, feto, vita, aborto) e la loro ricezione cambino sensibilmente da un’epoca all’altra. Le nostre prese di posizione non sono univoche né scontate, ma sono modellate entro il contesto storico in cui ci muoviamo e risentono della sua particolare temperie culturale e politica (in senso squisitamente etimologico). Scrivere, come è stato scritto, che: “i martiri hanno sacrificato la propria vita in nome di Gesù, non hanno sacrificato quella altrui come avviene nell’aborto, seppur certamente a fronte di scelte dolorose”, spalanca il portone, forse senza avvedersene, ad una valanga di quesiti di enorme portata storico-biopolitica, tutti drammaticamente seri. Anzitutto quei martiri, la cui intelaiatura mentale era molto diversa da quella dell’uomo contemporaneo, non lo avrebbero compreso per difetto d’orizzonte teoretico e mancanza di strumenti linguistici. Se infatti Boezio, Tommaso, Giovanni Damasceno, Riccardo di San Vittore e tutti i papi fino ad arrivare al Pio IX del 1869 avevano una concezione di persona che con quella di embrione fa a pugni, escludendola recisamente dal contesto di persona, figuriamoci i martiri protocristiani: per i quali, sia chiaro, l’aborto volontario di un “corpicino formato” era peccato (minore). Ma l’embrione e addirittura il feto? Tommaso, gigante della chiesa cristiana e colonna portante della teologia cattolica, non ne vuol nemmeno sentir parlare e la biologia moderna (tanto “cara” all’arcivescovo di Denver), gli dà ragione: anzi, è molto, ma molto più cauta di Tommaso. L’embrione, all’inizio, chè poi ogni volta diventa una cosa diversa – quello che noi chiamiamo embrione, infatti, sono diverse realtà: zigote, morula, blastula… Anche qui, gran caos – è il prodotto di una clonazione cellulare mitotica. Il feto, invece, che è già realtà completamente diversa dall’embrione, può -ma non è scontato. Non lo è affatto e pure per la chiesa, ufficialmente, fino al 1869 non lo era – essere inteso quale persona. Tuttavia, solo da poco tempo e ancor oggi nemmeno da tutti. Si pianga, si rida, si straccino le vesti, si gioisca: è così. L’acqua è bagnata e l’atmosfera contiene azoto. Punto.

E si ritorna, nuovamente, alla quaestio; ormai una sorta di Galilei theory: “il valore della vita biologica intesa come la si intende nei gruppi anti-abortisti non ha fondamenti evangelici, ma paradossalmente, illuministici e materialisti”.

E qui ci congediamo ringraziando di cuore l’amico, caro Gian Maria fratello nel Risorto, per i pensieri, parole, passione.

Il Vangelo non fa sconti a nessuno e non conosce buone maniere: è figlio della Galilea, rude distretto delle genti, uno dei posti più grezzi e burini della terra. Il Vangelo, tuttavia, conosce la gentilezza, le esitazioni e la tenerezza di un’anima che cerca: la accoglie, la tutela, la fortifica temprandola con docce spesso fredde (e qualche “nocchino”, scappellotto) e la conduce per mano sui sentieri della vita, legandola ad altre mani.

Con le nostre stringiamo le vostre e vi auguriamo ogni bene. Vita bella, di amore. In corde animoque et amicitia Christi.

La storia che segue forse farà capire come il mondo cristiano antico non aveva tutta questa propensione, a noi ben nota, alla difesa della “vita per la vita”. È un testo duro, forse non condivisibile, ma che ci serve a capire che il cristianesimo è più ampio e a volte diverso dalle riduzioni catechistiche e massmediatiche anti-moderne o movimentistiche.

da Palladio Storia Lausiaca, opera composta nel IV secolo d.c.

Questo testo è considerato un Classico della letteratura cristiana, testo di indubbia ortodossia, letta per decine di generazioni da cristiani di tutte le principali confessioni come testo formativo fondamentale per monaci e laici, pubblicata dalla “fondazione Valla” in italiano con testo greco a fronte, a cura di Christine Mormann, una delle più insigni studiose di cristianesimo antico.

E’ palese che non bisogna far coincidere l’intento dell’autore con la voce di Dio, ma questo vale sempre, anche quando parla il Papa, le commissioni di bioetica o qualunque “autorità” autoproclamatasi tale. Questo testo ha dalla sua parte la devozione di migliaia di lettori che hanno fondato la loro esperienza cristiana sulle sue pagine. E non è possibile “liquidare” la verità che ci trasmette questo testo solo perché suona “scomodo” ad una immagine piatta della tradizione. I valori cristiani nei secoli sono cambiati. È un dato fattuale, incontrovertibile.

“La vergine che peccò e si pentì”

Una vergine asceta, vivendo con altre due, si era applicata all’ascesi per nove o dieci anni. Venne sedotta da un tale che faceva il cantore, cadde nel peccato e avendo concepito partorì. Ma quando arrivò al culmine dell’odio per colui che l’aveva sedotta, sentì la compunzione nell’anima, nel profondo, e si spinse così innanzi al pentimento da volgersi senza esitazione all’astinenza e da consumarsi nel digiuno. E nelle sue preghiere supplicava Dio con queste parole: «Tu, Dio grande, tu che porti il peso dei mali di ogni creatura, e non vuoi la morte e la perdizione di coloro che sbagliano; se tu consenti che io mi salvi, mostrami in questo le tue meraviglie e raccogli il frutto della mia colpa che ho generato, affinché non abbia a servirmi di una corda o a lanciarmi verso la morte». In questa forma pregava, e fu ascoltata: la creatura nata da lei morì non molto tempo dopo. Da quel giorno non s’incontrò più con colui che l’aveva irretita, e dandosi totalmente al più rigoroso digiuno prestò i suoi servigi alle donne malate e paralizzate, per trent’anni: insomma la sua insistenza commosse Dio al punto che fu fatta questa rivelazione ad uno dei santi presbiteri: «Quella tale mi è riuscita più gradita nel pentimento che nella verginità». Scrivo queste cose perché non abbiamo a provare disprezzo verso coloro che si pentono sinceramente.

> commento

Dunque, si nota bene che qui non vi è alcuna enfasi per la vita biologica. Anzi! La donna compie un peccato e il suo frutto la spingerebbe al suicidio. Prega per essere liberata dalla maternità e Dio l’asseconda. Questo per potersi dedicare agli altri… e Dio se ne compiace. È evidente che per noi oggi è assai difficile entrare nella sensibilità di questo testo, però è assai utile comprendere quanto poco biologico sia da intendere il valore della vita per questi cristiani. Quello che si ricava è che la vita verà è quella santa. Le altre sono benedette, ma in subordine.

Riguardo la concezione della difesa della vita del mondo cristiano antico non bisogna di certo generalizzare, tuttavia un testo come questo è la prova che la concezione della difesa della vita dal concepimento alla morte naturale come dottrina univoca della chiesa è una costruzione novecentesca, magari valida, ma che non ha appigli altrettanto univoci nella tradizione, la quale al contrario, soprattuto nei primi secoli, esprime idee sul valore della vita biologica, rispetto a quella “spirituale” (per usare le parole dei padri della Chiesa) che magari sono discutibili, ma sono, appunto, tradizione. Il testo di Palladio è pieno di esempi che sconvolgerebbero qualunque buon cattolico cresciuto a pane e “cultura della vita”. E questo non è l’unico testo. Si potrebbe citare la storia Filotea di Teodoreto di Ciro, L’historia monachorum, o le decine di vite di martiri dove è chiaro che la vita è un valore assai relativo rispetto alla fedeltà a Dio. Il fatto che si possa ritenere, oggi, che la donna qui compia un peccato minore è forse condivisibile dalla nostra sensibilità moderna (tenendo conto però di un diverso assetto di valori, anche se la chiesa romana dice di aver detto sempre le stesse cose, cosa che non corrisponde alla verità e storia), ma da un punto di vista della tradizione non è così. Basta leggere con giudizio libero. Il peccato che aveva compiuto era l’infrazione di una promessa a Dio e questo era ritenuto assai più grave della richiesta di raccogliere il frutto di quella generazione nata dal peccato (la donna non uccide il bimbo, è Dio che se lo riprende nel racconto).

Dunque la concezione della vita biologica nel IV secolo era subordinata all’idea di vita santa in un autore che era l’interlocutore diretto degli ambienti imperiali e dei vertici della chiesa. Qualunque cosa possiamo pensare oggi, questa sensibilità relativa per la vita biologica era dottrina, non “spirito dei tempi”. E le condanne di aborto e infanticidio (Tertulliano) non tolgono nulla al fatto che fino al novecento avanzato in ambiente cattolico, per influenza di Sant’Agostino, si riteneva che un bambino nato morto sarebbe finito all’inferno per colpa del peccato originale. Dunque, anche in questo caso, diversamente però da Palladio, la vita biologica in sè non era un valore per Dio, se non era vita cristiana. E se no cosa si crede, come si siano giustificati i massacri di eretici o pagani? Parafrasando un celebre spot: evangelicamente – la vita umana è un valore, ma se non è cristiana che valore è. Questa era tradizione latina e cattolicissima. Questa idea, diffusa in tutto l’ambiente cattolico, faceva sì che tra Sette e Ottocento, quando una donna partoriente stava morendo portando all’altro mondo il suo feto, venisse squartata per poter praticare il battesimo. Altro che difesa della vita.

Il testo di Palladio invece mostra una visione che non c’entra nulla con una simile concezione del peccato originale, semmai c’entra con l’idea che una vita se non è riconosciuta o ritenuta possibile nel mondo degli uomini, trova asilo in quello di Dio. Potrà sembrare atroce per chi non crede nella vita eterna ma solo nella difesa strenua di questa vita mortale, ma probabilmente per quella monaca il proprio grembo era certo meno accogliente di quello del Signore. “A suo modo” – un modo forse impossibile da capire per noi oggi – ella ha difeso quella vita dalla propria, già segnata da un patto. Forse non abbiamo abbastanza cuore per capire la grandezza tragica di questo racconto, e la terribilità dell’amore di Dio.

> valori cristiani

Gesù non ha mai indicato qualcosa come “valori cristiani”. Questa idea è, ci spiace, bizzarra. Gesù ha annunciato l’avvento del Regno! Non ha fatto catechismo sui “valori cristiani”, lui che era ebreo ed è morto ebreo. È la fede della Chiesa che lo ha riconosciuto Dio, è la fede della Chiesa che ha codificato il suo insegnamento cercando di restarvi fedele il più possibile. Attraverso il testo di Palladio emerge chiaro come in questa “storia di fedeltà” (che è storia della Chiesa e delle chiese, storia del Cristianesimo e cristianesimi, in fin dei conti nostra storia) esistono percorsi diversi e inattesi, glorificati dalle chiese di ieri e anche di oggi –  dimenticati appositamente però nell’epoca contemporanea di fronte al “massacro delle complessità” a cui stiamo assistendo, più o meno tutti vittime.

> essenza cristianesimo

Lo scopo del cristianesimo non è la difesa della vita biologica, ma l’annuncio del Regno dei cieli e la pratica della vita santa, e dire questo è solo dire la verità dottrinale. Dall’affermare questo, come affermiamo coscienziosamente, è scorretto dedurre un  – come è stato fatto – “permissivismo in fatto di aborto e eutanasia”. E altrettanto, dalla convinzione che il cristianesimo non è difesa della vita, ma affermazione della vita santa non si può dedurre la conseguenza che dunque il cristianesimo non deve difendere anche la vita biologica, ma che questo avviene amando ed educando ad amare la vita biologica. Perché l’amore non è di per sè autoevidente, non è frutto di un codice morale. Amore è incontro e riconoscimento, è frutto di grazia, e la grazia non la si impone coi valori. Gesù non ha trasmesso valori, né un libretto rosso da portarsi dietro, un codice etico, o similia. L’etica di Gesù la si ricava dalla sua morte e resurrezione e dal suo insegnamento, ma non è un nuovo codice: è la risposta ad un rapporto d’amore. Risposta che non tutti danno allo stesso modo.

> morale

La costruzione di un codice morale cristiano è stato il tentativo di identificare delle prassi e dei valori che meglio rispondessero a quella chiamata. Lecito e comprensibile, tranne se poi qualunque altra modalità di ricerca viene espunta sulla base di quei valori, e non sulla verifica dell’amore o dell’assenza di amore che soggiace a una scelta. Solo dall’amore sorge la conversione e non dalla legge. Non abbisognavamo del Cristo se la nuda vita fosse il tutto della rivelazione, se non ci fosse una strada da compiere, se questa strada fosse autoevidente. La storia di ciascuno la giudica Dio, non la legge, non la Chiesa. Dio è amore, e solo di Dio è la cardiognosia, la conoscenza del cuore, dell’intenzione profonda, della verità e del bene che riposano dentro di noi.

> in-conclusioni

Per tutta questa serie di argomenti noi non riteniamo che la moderna “enfasi sulla vita per la vita” sia evangelica, ma tendenzialmente, in ordine: illuministica, materialistica e fondamentalmente atea. L’Evangelo è santificazione della vita, guarigione, ingresso nella vita di Dio. Pertanto i casi della vita, anche quelli più distanti dalla nostra sensibilità, vanno guardati con benevolenza, cura, tenerezza e non con la scure della morale. Ridurre il messaggio evangelico alla difesa della “nuda vita” impoverisce qualunque progetto sulla vita stessa, dimenticando che essa trova la sua perfezione nel rispondere alla difficile chiamata, diversa per ciascuno, a vestirla dell’abito di gloria della resurrezione, che è promessa di una vita assai superiore a quella che viviamo nelle nostre cellule.

Il gruppo padovano dei Galilei entra ufficialmente dentro la rete “viandanti”, che si prefigge di dare voce al disagio ecclesiale aprendo degli spazi in cui far fiorire una opinione pubblica della chiesa, nella pluralità delle voci e nell’attenzione all’Evangelo. Riportiamo di seguito il resoconto del processo federativo.

COSTRUZIONE RETE/ Bologna 20 novembre 2010

All’incontro che si è tenuto sabato 20 novembre a Bologna erano presenti quasi tutti i gruppi che hanno aderito alla proposta. C’erano: Casa della Solidarietà (Quarrata/PT), Chiesa oggi (Parma), Città di Dio (Invorio/NO), Fine settimana (Verbania / VB), Galilei (Padova), Gruppo ecumenico donne (Verbania /VB), Il Concilio Vaticano II davanti a noi (Parma), Lettera alla Chiesa fiorentina (Firenze). Per vari motivi non hanno potuto partecipare: Koinonia (Pistoia), l’altrapagina (Città di Castello / PG), Oggi la parola (Camaldoli / AR).
Inoltre erano presenti anche alcune persone (da Milano, Parma, Brescia, Bologna) non collegate a nessun gruppo.
L’incontro è servito per confrontarci e anche per definire i seguenti obiettivi dell’immediato futuro:

  • dedicare un forte impegno all’ampliamento della rete proponendola ad altri gruppi;
  • accelerare la progettazione del sito internet in modo che possa essere in linea a gennaio/febbraio;
  • avviare la convegnistica a partire dal 2011.

L’incontro è stato anche l’occasione per riflettere sulla questione, sempre aperta, del laicato e del suo ruolo nella Chiesa. Gianfranco Brunelli, caporedattore de “Il Regno/attualità” ha tenuto la relazione su “A 50 anni dal Concilio: laici come?”.
Il testo della relazione sarà disponibile sul sito (fine gennaio/febbraio).
* * *
Il clima dell’incontro è stato positivo; ha consentito, soprattutto nei momenti di break e del pranzo vari contatti per una conoscenza reciproca.Da segnala re positivamente la presenza della bancarella, che oltre a proporre alcune pubblicazioni sui temi che ci interessano, ha consentito di scambiare i materiali prodotti dai vari gruppi. Un’esperienza positiva che cercheremo di ripetere anche in futuro.

Rassegna stampa – sull’incontro bolognese hanno chiesto un resoconto Adista e il sito delle Comunità di Base, inoltre Christian Albini ne ha dato notizia sul suo blog. Qui di seguito i riferimenti.

  • ADISTA (Roma) – l’agenzia Adista ha dedicato due pagine all’incontro sul n. 96 dell’11 dicembre 2010 del dorso arancione “Segni nuovi”: una pagina di cronaca più una scheda di presentazione dei gruppi della Rete.
  • Sul sito www.cdbitalia.it delle Comunità di base italiane, nella pagina “dalle Religioni” vi è una cronaca dell’incontro.
  • C. Albini – in data 24 novembre Albini con il titolo “Pregare da laici” ha presentato l’incontro con una breve introduzione al suo testo sulla preghiera col quale abbiamo concluso la giornata.

di Christian Albini

Istanze di riforma

Proponiamo la lettura del seguente articolo di Massimo Faggioli, storico del cristianesimo alla St.Thomas University di Minneapolis.

_______________________________________
Pensare una chiesa dinamica

Le prime vere vittime degli abusi sessuali commessi dal clero sono persone in carne ed ossa. Ma tra le vittime della crisi attuale vi è anche un’idea di riforma della Chiesa, o meglio, l’idea stessa della necessità di pensare la Chiesa come un’istituzione dinamica, capace di cambiare e di reagire alle crisi. Da quanto si può vedere finora, invece, la reazione della chiesa cattolica di fronte all’enormità dello scandalo è di reagire concentrando sul papato i poteri di repressione e di controllo. A spese del resto della chiesa e soprattutto dei vescovi, che vedono uno stillicidio di dimissioni paragonabile alle epurazioni dei vescovi collaborazionisti dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Ma questa ricetta “centralista” della curia di Benedetto XVI rischia di non sanare una delle piaghe della crisi contemporanea, vale a dire l’unanimismo e il conformismo di una Chiesa che è diventata centralizzata e personalizzata sulla persona del pontefice come non mai (basta chiedere al più insigne storico del papato, il gesuita Klaus Schatz), e che ha scelto di concentrare in pochissime mani il potere di nomina dei vescovi (accantonando ogni proposta di una qualsiasi partecipazione dei laici e delle chiese locali nella scelta dei candidati all’episcopato).

Il ruolo dei vescovi è stato sempre cruciale, in ogni epoca della storia della chiesa, per ridefinire l’immagine della comunione ecclesiale e i suoi rapporti col mondo esterno e con la politica: dall’età gregoriana e la “lotta delle investiture” del secolo XI, al “conciliarismo” del secolo XV, all’età tridentina a partire dal secolo XVI. I vescovi sono sempre stati la cinghia di trasmissione tra papato e chiesa locale: ma a partire dal concilio di Trento il loro ruolo si è sempre più assottigliato, per poi ricevere un grave colpo con il Vaticano I e l’infallibilità papale nel 1870. Il concilio Vaticano II aveva tentato di riequilibrare gli “assetti costituzionali” della chiesa cattolica creando degli spazi di partecipazione dei vescovi al potere di un papato sempre più straripante e tentando di giustapporre “primato papale” e “collegialità episcopale”.

Ma i quarant’anni di storia del post-concilio – i Sinodi dei vescovi e le conferenze episcopali nazionali – non depongono a favore degli sforzi del Concilio di presentare un’immagine meno imperiale e più collegiale di chiesa: quegli sforzi sono in buona parte falliti. È a partire dagli anni Ottanta, infatti, che la politica dottrinale della curia romana ha ridimensionato i poteri degli episcopati, sottraendo dalla loro agenda le questioni cruciali per il cattolicesimo conciliare, e ha sistematicamente silenziato i vescovi non allineati sostituendoli (ogni volta che era possibile) con presuli silenti ed obbedienti alle linee più recenti del magistero pontificio.

Di fronte ai veri vincitori della crisi post-conciliare – un papato iper-presente sulla scena mondiale e i nuovi movimenti cattolici benedetti dai pontefici – i veri sconfitti sono i vescovi: una sconfitta tanto più amara perché arriva dopo il Vaticano II, che aveva puntato molto sulla teologia dell’episcopato come una risorsa per la riscoperta della cattolicità-universalità della Chiesa. La storia dell’ecclesiologia è piena di crisi storiche in cui gli attacchi contro il papato si sono trasformati in occasioni di rivincita e di riscossa per il potere del papa. In questa crisi ancora in corso si tratta di vedere che direzione prenderà questa riscossa.

Le dimissioni dei vescovi (solo negli ultimi giorni: Irlanda, Belgio, Germania) indeboliscono la Chiesa, ma a lungo termine rafforzano il potere del papato e la dimensione ultra-papalista della chiesa del secolo XXI. È evidente a tutti come i vescovi di oggi siano sempre più deboli, schiacciati tra una curia romana ansiosa di presentarsi come avvocata della “tolleranza zero” (anche contro i vescovi) e un’opinione pubblica mondiale che vede nei vescovi i colpevoli degli abusi e delle coperture, ma che non riesce (al contrario di quello che accadde per il caso americano del 2002) a renderli “responsabili” dell’affidabilità del cattolicesimo nel loro paese. La causa legale intentata negli Stati Uniti contro Benedetto XVI in quanto primo e ultimo responsabile mondiale della Chiesa cattolica è, paradossalmente, in linea col “doping ecclesiologico” a cui il papato contemporaneo si è sottoposto negli ultimi tre decenni.

Nelle ultime settimane è diventato sempre più evidente come, allontanandosi dalla persona di Benedetto XVI l’ombra della responsabilità per la copertura di uno di quei casi, il discorso pubblico della Chiesa sull’emergenza attuale rischia di riprodurre un meccanismo di silenziamento sulle cause scatenanti della crisi. Ad un Hans Küng che chiede a gran voce un nuovo concilio, la curia romana (l’Osservatore Romano la settimana scorsa) risponde con una spiritualizzazione della questione, accusando Küng, e quanti chiedono una risposta “istituzionale” alla crisi, di confidare troppo nella “ingegneria ecclesiastica”, e riponendo nelle mani del papa ogni possibile soluzione alla crisi.

In realtà, la curia romana e i teologi tutti sanno benissimo che è dal Concilio Vaticano II in poi che è in corso nel cattolicesimo mondiale un’operazione di ingegneria ecclesiastica condotta dal papato contemporaneo a spese dei vescovi dei cinque continenti. Tutta la storia della chiesa è anche in parte la storia di un’ingegneria ecclesiastica: la migliore è quella che riesce a far stare in piedi quello che costruisce.

Come sapete – è NOTIZIA di qualche giorno fa – è stato istituito un nuovo dicastero per l’Evangelizzazione dell’Occidente.

Consideriamo questa decisione di Benedetto XVI un fatto molto positivo e buono. Vogliamo anche esprimere tuttavia – con lealtà ma anche con chiarezza – la nostra forte perplessità sulla nomina alla presidenza della suddetta Commissione Pontificia di mons. Fisichella, Rettore della Università Lateranense e Presidente della Pontificia Accademia per la Vita.

Ci sentiamo di esprimere tale perplessità anche in considerazione delle ultime vicende che hanno visto il mons.Fisichella protagonista: il pronunciamento (di natura politica) sulla Lega Nord come anche la sua recente presa di posizione in merito all’Eucarestia per il Presidente del Consiglio attualmente divorziato.

Ciao a tutti. Vi segnalo questa importante lettera che giunge da Cremona trovata sul blog di un amico. Il fatto è oltre modo preoccupante.
Grazie per ogni cosa.

Pavel

:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

“A Cremona, i feti abortiti di cui non viene esplicitamente richiesta sepoltura o cremazione, sono presi in carico, in forza di un accordo con l’Azienda Ospedaliera e con l’Amministrazione comunale, da un’associazione religiosa che si occupa a proprie spese della procedura d’inumazione. L’interramento è accompagnato da un rito di sepoltura con una preghiera di benedizione. Il primo “funerale” questa mattina (7 maggio). L’associazione Difendere la vita con Maria è un’organizzazione di volontari che operano, presso i centri ospedalieri dove vengono effettuati aborti, con la finalità di promuovere il seppellimento dei feti che, a causa di aborti naturali o volontari, non sono venuti alla luce. L’associazione combatte la legge 194 con i sistemi di pressione che le sono più consoni, facendo mostra di spirito caritatevole, certo non nei confronti delle donne e della loro vita, ma con l’intento di equiparare, prima nel sentire comune e poi nella giurisprudenza, il feto ad una persona dotata di diritti riconosciuti dalla legislazione italiana. Il passo successivo è breve: se il feto è un soggetto giuridico, l’aborto è un omicidio. È evidente il pesantissimo e colpevolizzante carico che si vuol gettare sulle spalle delle donne cremonesi che hanno affrontato l’immenso dolore dell’interruzione volontaria di gravidanza. In questa vicenda chi non fa bene il suo mestiere sono le istituzioni locali. La legge italiana prevede e consente la sepoltura di feti, venendo incontro alle convinzioni etiche delle donne che ne hanno la volontà e la richiedano espressamente. È una legge che prevede, non obbliga. Il Regolamento regionale lombardo specifica che qualora la donna non ne faccia richiesta sarà obbligo delle istituzioni farsene carico. A Cremona l’Azienda Ospedaliera e il Comune sono andati molto oltre. Con quest’accordo, ancora tutto da chiarire alla pubblica opinione, stilato in assoluto spregio della libertà di scelta e della pluralità di convinzioni etiche e religiose delle donne, hanno calpestato il fondamentale principio di laicità delle istituzioni.”

Un articolo di Pietro Pisarra a proposito del dibattito tra il mons. Fisichella e Claudio Magris.

________________________

Guai a citare la Bibbia nelle polemiche giornalistiche. Potreste incorrere nei fulmini di monsignor Fisichella. E noi, che mai vorremmo suscitare le ire del mite uomo di Chiesa, prontamente obbediamo. Come dice il libro dei Proverbi (10,8), «L’assennato accetta i comandi, il linguacciuto va in rovina».

Monsignore è suscettibile. Prima benedice incautamente la Lega («Quanto ai problemi etici, mi pare che manifesti una piena condivisione con il pensiero della Chiesa»), poi risponde piccato a Claudio Magris che sul Corriere della Sera non aveva nascosto lo sconcerto.

Bisogna leggere e rileggere la lettera di Fischella sul Corriere di ieri, studiarla durante le ore di religione e di catechismo. È una sintesi di tutto ciò che in questi anni ha reso il volto della Chiesa arcigno e così poco «amichevole» a tanti nostri contemporanei: toni perentori e sprezzanti, confusione tra fede e politica, riduzione dell’etica alla «bioetica», tentativo di aggrapparsi a questa o quella formazione politica come stampella per un potere declinante.

Ora, questa Chiesa – che al Vangelo antepone il diritto canonico – scopre il feeling con la Lega, cioè con il movimento più anticristiano che ci sia. E reagisce sopra le righe quando un intellettuale come Magris manifesta sconcerto. Ma così va il mondo, anzi la «cucina del buon Dio», da cui – secondo Bernanos – bisognerebbe stare il più possibile alla larga. Se non altro, per conservare la fede in quel Dio che tra i criteri di giudizio non enumera i «valori non negoziabili», bensì concrete opere di misericordia: «ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi». (Mt 25, 35-36).

Che poi un vescovo, quasi cinquant’anni dopo il Vaticano II, possa consigliare di non citare la Bibbia nelle polemiche giornalistiche è quantomeno surreale. Sì, la Bibbia non è una clava (e neppure un aspersorio o un turibolo), non dev’essere tirata a destra o a manca, strumentalizzata da letture partigiane. Ma di certo in essa non vi è nessuna parola che giustifichi il rifiuto dello straniero, la caccia all’immigrato. E le mense aperte soltanto ai figli dei ricchi.

Fonte

Dibattito Fisichella-Magris.

(Si ringrazia Simona Borello di Torino per la segnalazione)

LETTERA DI MAGRIS

RISPOSTA DEL MONS. FISICHELLA “presidente Pontificia accademia per la vita”

RISPOSTA DI  MAGRIS